Da gennaio a dicembre
Tradizioni di Romagna, mese per mese
Detti, canti e usanze dei nostri nonni, raccolti prima che si perdano del tutto. Ogni voce dice da dove viene: un libro, una rivista, o la tradizione orale che aspetta ancora di essere scritta.
Il dialetto è riportato come lo ha scritto chi lo ha raccolto: cambia da paese a paese e da un secolo all'altro.
Gennaio
L'anno nuovo, la Pasquella e la merla
Detti
Canti e filastrocche
La Pasquella
per cantarvi la pasquella,
colla cetra e coi liuti
per lucrar la mortadella:
viva Pasqua, Epifania
e la buona compagnia.
La fôla dla merla (l'inizio e la fine)
…
i mìral, da alora, j è sèmpar nìgar!
…
i merli, da allora, sono sempre neri!
Usanze
Il primo dell'anno
Si guardava chi si incontrava per primo: un benestante portava un buon anno, un povero o un vecchio no. E bisognava fare un poco di tutti i lavori, perché riuscissero bene tutto l'anno.
Fonte: Michele Placucci5 gennaio, Nott de Bisò a Faenza
In piazza si brucia il Niballo, il fantoccio di Annibale che porta sfortuna, acceso dal rione che ha vinto il Palio di giugno. Si beve il bisò, il vin brulè, nei gotti di ceramica faentina, e dalle faville si traggono i pronostici per l'anno.
Fonte: Ministero della CulturaLa notte dell'Epifania
Giovani e anziani giravano le case con violini e chitarre a cantare la Pasquella, e ricevevano uova, pane, formaggio, salsiccia. Quella notte alle bestie si dava da mangiare senza risparmio: si diceva che parlassero, e non dovevano parlar male del padrone.
Fonte: Michele PlacucciLa ventura
La sera dell'Epifania, tra parenti e amici, si distribuivano castagne o chicchi di granturco, uno solo segnato: chi lo trovava vinceva il premio messo in palio.
Fonte: Michele PlacucciI giorni della merla
Il 29, 30 e 31 gennaio sono i più freddi dell'anno. La merla era bianca: per sfuggire alla bufera di gennaio si riparò tre giorni in un camino e ne uscì nera di fuliggine.
Fonte: Radames Garoia17 gennaio, Sant'Antonio Abate
Il santo del bestiame: si benedicono gli animali della stalla.
Fonte: Tradizione oraleFebbraio
La Candelora e il Carnevale
Detti
Canti e filastrocche
Le maschere della vecchia
Ca bona per la povra veccia, jò jò!
Ca bruzeda, jò jò!
Buona è questa casa per la povera vecchia, oh oh!
Casa spiantata, oh oh! (a chi non dava niente)
Il bagaglione
Usanze
Carnevale nelle case
Si ballava ora in una casa ora nell'altra, attorno ai fiaschi di vino comprati dagli uomini. Il più benestante e il più pesante della villa veniva portato in trionfo fino alla sua cantina, e lì si beveva.
Fonte: Michele PlacucciL'ultimo giorno di Carnevale
Tutti dovevano mangiare sette volte, e la sera si mangiava la gallina più vecchia del pollaio: se no, si diceva, la mattina dopo si trovavano morte tutte le altre. Le donne quel giorno non filavano, perché fava e lino non sarebbero granite.
Fonte: Michele PlacucciLa fagiolara
La prima domenica di Quaresima, sul gradino delle ragazze che a Carnevale non avevano trovato marito, si spargevano per scherno fagioli, ceci, fave, sale e fichi secchi.
Fonte: Michele PlacucciIl «fuora verde»
In Quaresima giovani e fidanzati dovevano portare sempre addosso una foglia verde: chi veniva sorpreso senza pagava uova, da consegnare a Pasqua.
Fonte: Michele PlacucciMarzo
I lumi di marzo e i falò
Detti
Canti e filastrocche
Lòm a Mêrz, il canto dei falò
una spiga faza un berch;
un berch, un barcarol,
una spiga un quartarol;
un berch una barchetta,
una spiga una maletta.
una spica con gran sfarzo,
faccia un barco, un barcherolo,
una spica un quartarolo;
ed un barco una barchetta,
una spica, una maletta.
(il barco è il mucchio dei covoni)
Usanze
Lòm a Mêrz
Negli ultimi tre giorni di febbraio e nei primi tre di marzo, all'imbrunire, i ragazzi bruciavano mucchi di paglia nei campi vicino a casa cantando il canto qui sopra, per propiziare un buon raccolto. I bevitori brontolavano: il lume, dicevano, andava fatto alle viti a settembre. Dal 2000 l'associazione Il lavoro dei contadini ha riacceso i falò in tutta la Romagna.
Fonte: Michele PlacucciNiente potature
In quei sei giorni non si potavano le viti né si tagliava legna: c'era un'ora cattiva, e non sapendo quale si stava fermi.
Fonte: Michele PlacucciI giorni della vecchia
La pioggia negli ultimi tre giorni di marzo e nei primi di aprile era segno di annata fertile: in quei giorni si piantavano i legumi.
Fonte: Michele Placucci18 marzo, Fogheracce di San Giuseppe
La sera della vigilia si accendono grandi falò e si brucia il vecchio, mobili e legna di scarto, per fare posto al nuovo.
Fonte: Il Resto del CarlinoSegavecchia
A mezza Quaresima, a Forlimpopoli, si sega il fantoccio della vecchia: l'inverno che se ne va.
Fonte: Tradizione oraleAprile
Il cuculo, la pioggia e la Pasqua
Detti
Usanze
Giovedì e Sabato santo
Quando si legavano le campane si legavano anche gli alberi, perché dessero frutto. Al loro scioglimento, il Sabato santo, ci si lavava la faccia senza asciugarsi per conservare la vista, e si facevano camminare i bambini che non sapevano ancora farlo.
Fonte: Michele PlacucciLe chiavi dell'alleluja
Il Sabato santo si caricava sulle spalle del più ingenuo della villa una cassa piena di sassi: «sono le chiavi dell'alleluja», da portare in parrocchia. Finché non capiva la burla.
Fonte: Michele PlacucciPasqua
Camicia nuova per tenere lontane le malattie. Ogni famiglia faceva il biscotto e cuoceva le uova da portare a benedire, con l'agnello. Il pomeriggio i maiali andavano nel campo di grano: «anche loro fanno merenda».
Fonte: Michele PlacucciLa colazione di Pasqua
La pagnotta pasquale, una per ognuno della famiglia, con le uova benedette, il primo salame dell'anno e un bicchiere di Sangiovese.
Fonte: e-borghiPalio dell'uovo a Tredozio
Giochi con le uova sode e crude, nati nella vicina parrocchia di Ottignana proprio nel giorno di Pasqua.
Fonte: e-borghiMaggio
Il canto del Maggio
Detti
Canti e filastrocche
Ben vegna Maz
che l'ha purtea i bei fiur:
vegna la stezza a tott i muradur.
Cla purtea la bella spiga,
vo Crest de zil mandela ben garnida.
Ben vega, e vegna Maz,
che Maz i le arrivèa;
e se pu an cardì, che sia arrivèa,
fasiv qua fura, cuj è la majèa.
di erbette e fiori fausto apportatore;
venga la stizza ad ogni muratore,
che in sì bella stagion non è chiamato:
la dorata spuntò gradita spica,
fatela Cristo ben granire ognora:
ben vada, e venga il dolce Maggio ancora,
apportator della stagione aprica;
e chi non crede a tal notizia grata,
fuori s'affacci, ed ecco la majata.
Usanze
Cantare il Maggio
La notte del primo maggio i giovani cantavano il Maggio sotto le finestre delle ragazze, e le ragazze mettevano sulle porte rami fioriti: «abbiamo piantato il Maggio».
Fonte: Michele PlacucciL'Ascensione
Nella processione si portava un ramo di gelso per benedire i bachi da seta. Quel giorno non si dormiva, se no si dormiva tutto l'anno; si mangiava formaggio, minestra d'erbe e torta di bietole, e nessuno lavorava. L'uovo deposto quel giorno serviva contro i temporali.
Fonte: Michele PlacucciContro le talpe
Vicino alla fienagione si appendeva a un olmo un coppo con un sasso legato a una cordicella: col vento il sasso batteva e il rumore teneva lontane le talpe dai prati.
Fonte: Michele PlacucciGiugno
La falciatura e il Niballo
Detti
Usanze
Sette pasti per la falciatura
Il giorno della seganda del fieno i contadini dovevano mangiare sette volte, e guai al padrone che non lo permetteva: il panetto con la coppa all'alba, la colazione con carne e uova fritte, le lasagne a pranzo, le frittelle a merenda, il fritto prima di sera, la cena e, dopo il ballo, un arrosto di polli. Le donne portavano un garofano a ogni uomo.
Fonte: Michele PlacucciLa mietitura
Ragazze e ragazzi insieme nei campi, e la gioia di vedere finalmente la messe.
Fonte: Michele PlacucciPalio del Niballo a Faenza
L'ultima domenica di giugno i cinque rioni si sfidano a cavallo contro il Niballo.
Fonte: Ministero della CulturaSan Giovanni
Nella notte tra il 23 e il 24 si raccolgono le noci verdi per il nocino e le erbe; la rugiada di quella notte era ritenuta miracolosa.
Fonte: Tradizione oraleLuglio
Il grano sull'aia
Detti
Usanze
I covoni e le bisce
Portando i covoni sull'aia si stendeva un lenzuolo sul carro e si battevano i covoni più volte, per scacciare le bisce che si credeva vi si nascondessero.
Fonte: Michele PlacucciLa batdura
La trebbiatura: i vicini si aiutavano a turno da un podere all'altro, e alla fine c'era il grande pranzo sull'aia per tutti.
Fonte: Tradizione oraleAgosto
La canapa e le fiumane
Detti
Canti e filastrocche
Il canto del lino
venum ajdèa di caver e len:
ven e mi ben, venum un poc ajdèa,
cu ti sarà paghèa la tu fadiga;
la ti sarà paghèada a dè par dè,
par pagament t' ha num aurè pu me?
amabile amorino,
or a levar il lino
deh! vienni ad ajutar.
La tua fatica, io giuroti,
non ti sarà fraudata,
ma ti verrà pagata
in modo singolar.
Usanze
La canapa
Si tagliava dopo la prima rugiada d'agosto, creduta più forte, e si macerava nel fiume insieme al lino, cantando il canto qui sopra.
Fonte: Michele PlacucciSettembre
La vendemmia e la sfogliatura
Detti
Canti e filastrocche
Il canto della vendemmia
che manch cha vi guerd, vo avi piò gost:
…
Se a mi vlù de ben, cos' aviv spindù?
Se am avi dea un sguerd, avnò res du.
che i sguardi miei vi spiacciono, vi recano martire:
…
Se amor voi mi portaste, cosa per ciò spendeste?
Se un sguardo sol mi daste, due in compenso aveste.
Alla sfogliatura
sta ne la scranna ti darò la mi;
a ti darò la mi da ster insdè,
te t' sfujarè, e me a starò a vidè.
se non hai scranna io ti darò la mia:
tu sfoglierai, restandoti a sedere,
ed io contenta sol starò a vedere.
Usanze
Il bigoncio che non si vuota mai
Prima della vendemmia i contadini chiedevano al padrone il permesso di farsi un bigoncio di vino per la famiglia. Poi lo riempivano, ne bevevano metà, lo riempivano di nuovo, fino alla fine della vendemmia: era sempre «il primo bigoncio», quello permesso.
Fonte: Michele PlacucciLa sfogliatura del granturco
Si levavano le foglie alle pannocchie tutti insieme, e con i tanti innamorati presenti si cantava.
Fonte: Michele PlacucciSaba e savòr
Con il mosto cotto, la saba, si prepara il savòr, la conserva d'autunno con mele cotogne, pere, fichi e noci.
Fonte: Tradizione oraleOttobre
La semina
Detti
Usanze
Mai di venerdì
La fava non si seminava mai di venerdì, giorno ritenuto contrario ai raccolti.
Fonte: Michele PlacucciAcqua santa nei campi
Seminato il grano, negli angoli del campo si facevano buchi con dentro acqua santa e palma benedetta, perché nessun male entrasse nei seminati.
Fonte: Michele PlacucciLe api
Quando uno sciame partiva lo si seguiva battendo i ferri, e si gridava «pora, pora la mestra!», fermati maestra: dove si posa la regina si ferma tutto lo sciame.
Fonte: Michele PlacucciNovembre
San Martino e il maiale
Detti
Usanze
Le nozze del maiale
Quando si ammazzava il maiale si diceva di «fargli le nozze»: si invitavano i parenti ad assaggiarlo, e l'invito veniva ricambiato.
Fonte: Michele PlacucciLa festa dei becchi a Santarcangelo
Alla Fiera di San Martino si appendono le corna sotto l'arco di piazza Ganganelli, e si dice che dondolino quando ci passa sotto un cornuto.
Fonte: Quotidiano NazionaleFare San Martino
L'11 novembre scadevano i contratti dei mezzadri: chi cambiava podere caricava tutto sul carro e traslocava.
Fonte: Tradizione oraleEsce il Lunêri di Smémbar
Per San Martino esce a Faenza il lunario dei romagnoli, stampato senza interruzioni dal 1845: un grande foglio da appendere in cucina, con la zirudèla in dialetto che prende in giro l'anno passato, le vignette, le lune, i santi e i consigli per la semina e per travasare il vino.
Fonte: Wikipedia Le annate dell'Ottocento e la zirudèla del 1868Dicembre
Il ceppo e i cappelletti
Detti
Usanze
Il ceppo di Natale
La vigilia si metteva nel fuoco il ceppo più grosso che si avesse, detto un Pater noster: doveva ardere tutta la notte e il giorno dopo, per scaldare il Bambino appena nato. Un pezzo si conservava, e nei temporali si metteva sotto la grondaia per scacciare le nubi.
Fonte: Michele PlacucciI cappelletti
Già nel 1818 il giorno di Natale si facevano i cappelletti: ricotta, formaggio, uova e aromi avvolti nella sfoglia da lasagne.
Fonte: Michele PlacucciUva e vino
Il vino avanzato a Natale si versava vicino a una vite, perché desse molta uva; la sera si mangiava un poco di uva fresca, per avere denaro tutto l'anno. E camicia nuova, contro le malattie.
Fonte: Michele PlacucciL'ultimo dell'anno
Le donne, soprattutto le più anziane, non lasciavano mai un lavoro a metà da un anno all'altro.
Fonte: Michele PlacucciFilastrocche e ninne nanne
Paese per paese
Le cantavano le mamme per addormentare i bambini e i bambini nei cortili e sull'aia. Cambiano da un paese all'altro: per ognuna c'è il luogo dove è stata raccolta.
Forlì · Forlì-Cesena
Din don don, la campana di fra Simone
La campāna d' fra Simon
J' era tri chi la sunëva,
Pañ e' vèn i guadagnëva,
Guadagnëva di macaron,
J' éra sòtti, e j' éra bon,
J' éra ben infurmajé,
I prit e i fré u j' ha magné,
I l' ha magné la Catarèna,
La s' è fughëda cun la furzèna;
Si n' era e' su fradel,
La fughëva un tajadel.
la campana di fra Simone
erano in tre che la suonavano,
guadagnavano pane e vino,
guadagnavano maccheroni,
erano cotti, ed erano buoni,
erano ben conditi col formaggio,
li hanno mangiati i preti e i frati,
li ha mangiati la Caterina,
si è strozzata con la forchetta;
se non c'era suo fratello
si strozzava con un tagliatello.
Fa' la nana, e' mi babèn
Bianc e ross e rizzulèn;
Fa' la nāna, fiol d' un fior,
E' babèn l' è d' e' Signor;
Fa' la nāna, fa' la nāna,
E' babèn l' è d' la su māma.
bianco e rosso e ricciolino;
fai la nanna, figlio di un fiore,
il bambino è del Signore;
fai la nanna, fai la nanna,
il bambino è della sua mamma.
San Martino in Strada · Forlì
E' burdel d' la scarpazza
L' ha paura d' un gozzal d' aqua;
Guërda mè ch' a n' ho paura
A j' ho e' caval a la pastura,
Ch' u mi māgna l' insalé,
Povar mè cm' a j' ho da fé?
ha paura di una goccia d'acqua;
guarda me, che non ho paura:
ho il cavallo al pascolo
che mi mangia l'insalata,
povero me, come devo fare?
Forlimpopoli · Forlì-Cesena
Ninañ ninañ, ninöla
I babèn chi va a la scöla,
A la scöla pr' imparé,
Ch' i si vol indurminté;
A la scöla impararà,
I babèn chi durmirà;
A la scöla di parent,
I babèn chi s' è indurment.
i bambini che vanno a scuola,
a scuola per imparare,
che si vogliono addormentare;
a scuola impareranno
i bambini che dormiranno;
alla scuola dei parenti
i bambini che si sono addormentati.
Fa' la nana, fiol d' un cont
Tri cavël t' aspetta a e' Ronc,
Etar tri a la Coclì,
Fa' la nāna, e' mi babin.
tre cavalli ti aspettano al Ronco,
altri tre alla Coclì,
fai la nanna, bambino mio.
Valli del Bidente e del Rabbi · Forlì-Cesena
La sdintêda
e la 'n dà gninta a i su fradël.
I su fradël i fa la piëda
e in dà gninta ala sdintëda.
e non dà niente ai suoi fratelli.
I suoi fratelli fanno la piada
e non danno niente alla sdentata.
Tirindéna
met la cêva in te caset!
Tirindéna pân bufon,
met la cêva in te cason!
Met la cêva in tla canténa
ca fasèn la tirindèna!
Metla ad qua, metla ad là,
chicadun u la troverà.
metti la chiave nel cassetto!
Tirindina pane buffone,
metti la chiave nel cassone!
Metti la chiave nella cantina,
che facciamo la tirindina!
Mettila di qua, mettila di là,
qualcuno la troverà.
Castellaccio · Ravenna
E' piov
La gatta la fa l' ov,
E' prit' e' fa la torta,
La gatta la i la lorda;
E' prit i n' tira un fròst,
La gatta la sëlta in t' l' òss;
E' prit u i tira la furzèna,
La gatta la s' arimpèna.
la gatta fa l'uovo,
il prete fa la torta,
la gatta gliela sporca;
il prete le tira un bastone,
la gatta salta sull'uscio;
il prete le tira la forchetta,
la gatta si arrampica.
Ravèna bela
Ravèna è bela e fior di la Rumāgna;
Ravèna è bela, Ravèna u si dis,
Ravèna è bela e fior de' paradis.
Ravenna è bella e fiore della Romagna;
Ravenna è bella, Ravenna si dice,
Ravenna è bella e fiore del paradiso.
Massa · Ravenna
Ninañ ninañ, badessa
Vostra māma l' è andëda a mèssa;
La vinirà stasera
Con e' lum di la candela;
La vinirà stanott
Con e' lum de' candilott;
La vinirà dmatèna
Con e' lum dla candilèna.
vostra mamma è andata a messa;
verrà stasera
con il lume della candela;
verrà stanotte
con il lume del candelotto;
verrà domattina
con il lume della candelina.
Fa' la nana zijo da l' ört
Si nun dormi, t' in fai tört,
Fai tört a la tu māma,
Dormi, dormi, fa' la nāna.
se non dormi ti fai torto,
fai torto alla tua mamma,
dormi, dormi, fai la nanna.
Brisighella · Ravenna
Fa' la nana, fála tutta
Fála intant ch' i fa la suppa;
Fa' la nana, fála ben,
Fála intant che māma ven.
falla intanto che fanno la zuppa;
fai la nanna, falla bene,
falla intanto che la mamma arriva.
Fa' la nana, fiol d' un fré
Va' a la mèssa che dis tu pé
A l' ustarèja dla Ghirlandèna,
Ch' u i va sera e matèna.
va' alla messa che dice tuo padre
all'osteria della Ghirlandina,
dove va sera e mattina.
Da dove viene ogni voce
Le fonti
- Michele Placucci, «Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna», Forlì 1818 (ristampa a cura di Giuseppe Pitrè, Palermo 1885) · consulta
- Aldo Spallicci, «Proverbi romagnoli», Giunti, Firenze 1996 (schede della banca dati ParemioRom, Università di Barcellona) · consulta
- Radames Garoia, «I giorni della merla», la Ludla, Istituto Friedrich Schürr, gennaio-febbraio 2023 · consulta
- Giovanni Zaccherini, «Lòm a Mêrz», Meer, 20 febbraio 2018 · consulta
- Il Resto del Carlino, cronache di Lòm a Mêrz e Fogheracce · consulta
- Ministero della Cultura, «Nott de Bisò» a Faenza · consulta
- e-borghi, «La pagnotta pasquale di Sarsina» · consulta
- Quotidiano Nazionale, «San Martino, la festa dei becchi» · consulta
- Banca dati ParemioRom, Università di Barcellona (proverbi emiliani e romagnoli) · consulta
- Benedetto Pergoli, «Saggio di canti popolari romagnoli», Forlì 1894 (ogni canto con il paese dove fu raccolto; traduzioni di Romagna Tourism) · consulta
- Palmiro Capacci, «C'era una volta... anzi appena ieri», filastrocche delle valli del Bidente, del Rabbi e del Borello (dal suo blog, 2019) · consulta
- Wikipedia, «Lunêri di Smémbar» · consulta
Tradizione orale: usanze ancora vive nei racconti, per cui non abbiamo ancora una pagina scritta da citare. Le completeremo con i libri qui sotto.
Per continuare la raccolta
I libri degli studiosi che hanno tenuto in vita il dialetto dei nostri paesi. Da qui verranno le prossime voci, ognuna con la sua pagina.
- Mario Gurioli, «Usanze di Romagna. La nostra terra mese per mese», Tempo al Libro, 2022; dello stesso autore «In Rumãgna u s'dgeva...», «Fët d'una vôlta», «Padrõ, fatur e cuntadè»
- Mario Gurioli e Giuliana Pisotti, «Agenda romagnola», dal 2015
- Mario Gurioli e Alfredo Altieri, «Ninne nanne di Romagna e altri canti infantili»
- Giuliano Bettoli (Faenza, 1931-2017) e Luigi Antonio Mazzoni, «Puisèi 'd Fẽza. Cento poesie», Stefano Casanova Editore, Faenza, 2002
- Giuliano Bettoli, «Se la Tuda l'è una... Mingò l'è un...», Stefano Casanova Editore, Faenza, 2004
- E' Lunêri di Smémbar, Faenza, dal 1845
- Gianni Quondamatteo, «Tremila modi di dire dialettali in Romagna», volume III, 1974
- la Ludla, periodico dell'Istituto Friedrich Schürr per il dialetto romagnolo
Altre storie: E' Lunêri di Smémbar · Dialetti · Curiosità e leggende · Mestieri perduti · Ricette romagnole
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