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Da gennaio a dicembre

Tradizioni di Romagna, mese per mese

Detti, canti e usanze dei nostri nonni, raccolti prima che si perdano del tutto. Ogni voce dice da dove viene: un libro, una rivista, o la tradizione orale che aspetta ancora di essere scritta.

Il dialetto è riportato come lo ha scritto chi lo ha raccolto: cambia da paese a paese e da un secolo all'altro.

12mesi
89detti, canti e usanze
12fonti citate
01

Gennaio

L'anno nuovo, la Pasquella e la merla

Detti

Arguêrdat da un bon znêr, ch'u t'farà pianzar a fabrêr.

Guardati da un gennaio mite: ti farà piangere a febbraio.

Fonte: Aldo Spallicci

Bon dè, bon ann! · Di u ze conzeda.

Buon giorno, buon anno! · Dio ce lo conceda. Il saluto dei vecchi il primo giorno dell'anno.

Fonte: Michele Placucci

Dall'anno nuovo a cinque sere, la vecchia fa da cena: la sera dell'Epifania cucinava la più anziana di casa.

Fonte: Michele Placucci

Canti e filastrocche

La Pasquella

Come lo riporta la fonteDa lontano siam venuti
per cantarvi la pasquella,
colla cetra e coi liuti
per lucrar la mortadella:
viva Pasqua, Epifania
e la buona compagnia.
Fonte: Michele Placucci

La fôla dla merla (l'inizio e la fine)

In dialettoUna vôlta Znêr l'aveva sol vinciòt dè.
…
i mìral, da alora, j è sèmpar nìgar!
In italianoUna volta gennaio aveva solo ventotto giorni.
…
i merli, da allora, sono sempre neri!
Fonte: Radames Garoia

Usanze

Il primo dell'anno

Si guardava chi si incontrava per primo: un benestante portava un buon anno, un povero o un vecchio no. E bisognava fare un poco di tutti i lavori, perché riuscissero bene tutto l'anno.

Fonte: Michele Placucci

5 gennaio, Nott de Bisò a Faenza

In piazza si brucia il Niballo, il fantoccio di Annibale che porta sfortuna, acceso dal rione che ha vinto il Palio di giugno. Si beve il bisò, il vin brulè, nei gotti di ceramica faentina, e dalle faville si traggono i pronostici per l'anno.

Fonte: Ministero della Cultura

La notte dell'Epifania

Giovani e anziani giravano le case con violini e chitarre a cantare la Pasquella, e ricevevano uova, pane, formaggio, salsiccia. Quella notte alle bestie si dava da mangiare senza risparmio: si diceva che parlassero, e non dovevano parlar male del padrone.

Fonte: Michele Placucci

La ventura

La sera dell'Epifania, tra parenti e amici, si distribuivano castagne o chicchi di granturco, uno solo segnato: chi lo trovava vinceva il premio messo in palio.

Fonte: Michele Placucci

I giorni della merla

Il 29, 30 e 31 gennaio sono i più freddi dell'anno. La merla era bianca: per sfuggire alla bufera di gennaio si riparò tre giorni in un camino e ne uscì nera di fuliggine.

Fonte: Radames Garoia

17 gennaio, Sant'Antonio Abate

Il santo del bestiame: si benedicono gli animali della stalla.

Fonte: Tradizione orale
02

Febbraio

La Candelora e il Carnevale

Detti

Se fabrêr u n' sfabreza, mêrz e' smateza.

Se febbraio non fa il suo brutto tempo, lo fa marzo impazzendo.

Fonte: Aldo Spallicci

Candelora, 2 febbraio: se c'è il sole l'inverno dura altri quaranta giorni, se piove l'inverno è finito.

Fonte: Michele Placucci

Canti e filastrocche

Le maschere della vecchia

In dialettoJò la pòvra vecia!
Ca bona per la povra veccia, jò jò!
Ca bruzeda, jò jò!
In italianoOh là, è qui la povera vecchia!
Buona è questa casa per la povera vecchia, oh oh!
Casa spiantata, oh oh! (a chi non dava niente)
Fonte: Michele Placucci

Il bagaglione

In dialettoEcch i qua e pover carnveel, chu s'in vuo andèa!
In italianoEcco qui il povero carnevale, che se ne vuole andare!
Fonte: Michele Placucci

Usanze

Carnevale nelle case

Si ballava ora in una casa ora nell'altra, attorno ai fiaschi di vino comprati dagli uomini. Il più benestante e il più pesante della villa veniva portato in trionfo fino alla sua cantina, e lì si beveva.

Fonte: Michele Placucci

L'ultimo giorno di Carnevale

Tutti dovevano mangiare sette volte, e la sera si mangiava la gallina più vecchia del pollaio: se no, si diceva, la mattina dopo si trovavano morte tutte le altre. Le donne quel giorno non filavano, perché fava e lino non sarebbero granite.

Fonte: Michele Placucci

La fagiolara

La prima domenica di Quaresima, sul gradino delle ragazze che a Carnevale non avevano trovato marito, si spargevano per scherno fagioli, ceci, fave, sale e fichi secchi.

Fonte: Michele Placucci

Il «fuora verde»

In Quaresima giovani e fidanzati dovevano portare sempre addosso una foglia verde: chi veniva sorpreso senza pagava uova, da consegnare a Pasqua.

Fonte: Michele Placucci
03

Marzo

I lumi di marzo e i falò

Detti

Merz e tenz, April e penz, e chi è d' bona forma u Maz u s'artornà.

Marzo tinge, aprile dipinge, e chi è bello ritorna di maggio.

Fonte: Michele Placucci

Merz, Merz, chi n' ha scherp, vaga schelz.

Marzo, marzo: chi non ha scarpe vada scalzo.

Fonte: Michele Placucci

Mêrz di vent, abrìl di temp.

Marzo di vento, aprile di temporali.

Fonte: Aldo Spallicci

Canti e filastrocche

Lòm a Mêrz, il canto dei falò

In dialettoLemma, lemma d' Merz,
una spiga faza un berch;
un berch, un barcarol,
una spiga un quartarol;
un berch una barchetta,
una spiga una maletta.
In italianoLume a Marzo, lume a Marzo,
una spica con gran sfarzo,
faccia un barco, un barcherolo,
una spica un quartarolo;
ed un barco una barchetta,
una spica, una maletta.
(il barco è il mucchio dei covoni)
Fonte: Michele Placucci

Usanze

Lòm a Mêrz

Negli ultimi tre giorni di febbraio e nei primi tre di marzo, all'imbrunire, i ragazzi bruciavano mucchi di paglia nei campi vicino a casa cantando il canto qui sopra, per propiziare un buon raccolto. I bevitori brontolavano: il lume, dicevano, andava fatto alle viti a settembre. Dal 2000 l'associazione Il lavoro dei contadini ha riacceso i falò in tutta la Romagna.

Fonte: Michele Placucci

Niente potature

In quei sei giorni non si potavano le viti né si tagliava legna: c'era un'ora cattiva, e non sapendo quale si stava fermi.

Fonte: Michele Placucci

I giorni della vecchia

La pioggia negli ultimi tre giorni di marzo e nei primi di aprile era segno di annata fertile: in quei giorni si piantavano i legumi.

Fonte: Michele Placucci

18 marzo, Fogheracce di San Giuseppe

La sera della vigilia si accendono grandi falò e si brucia il vecchio, mobili e legna di scarto, per fare posto al nuovo.

Fonte: Il Resto del Carlino

Segavecchia

A mezza Quaresima, a Forlimpopoli, si sega il fantoccio della vecchia: l'inverno che se ne va.

Fonte: Tradizione orale
04

Aprile

Il cuculo, la pioggia e la Pasqua

Detti

Abrìl tot i dè un barìl.

Aprile, ogni giorno un barile di pioggia.

Fonte: Aldo Spallicci

Abrìl, aqua e sol dà fura al sprunzôl.

Acqua e sole d'aprile fanno spuntare le spugnole.

Fonte: Aldo Spallicci

A i dù o a i trì d'abrìl e' cóch l'ha da vinì, a j òt s'u n'è vnù l'è còt.

Il cuculo deve arrivare il 2 o il 3 aprile: se all'8 non è arrivato, è morto.

Fonte: Aldo Spallicci

Usanze

Giovedì e Sabato santo

Quando si legavano le campane si legavano anche gli alberi, perché dessero frutto. Al loro scioglimento, il Sabato santo, ci si lavava la faccia senza asciugarsi per conservare la vista, e si facevano camminare i bambini che non sapevano ancora farlo.

Fonte: Michele Placucci

Le chiavi dell'alleluja

Il Sabato santo si caricava sulle spalle del più ingenuo della villa una cassa piena di sassi: «sono le chiavi dell'alleluja», da portare in parrocchia. Finché non capiva la burla.

Fonte: Michele Placucci

Pasqua

Camicia nuova per tenere lontane le malattie. Ogni famiglia faceva il biscotto e cuoceva le uova da portare a benedire, con l'agnello. Il pomeriggio i maiali andavano nel campo di grano: «anche loro fanno merenda».

Fonte: Michele Placucci

La colazione di Pasqua

La pagnotta pasquale, una per ognuno della famiglia, con le uova benedette, il primo salame dell'anno e un bicchiere di Sangiovese.

Fonte: e-borghi

Palio dell'uovo a Tredozio

Giochi con le uova sode e crude, nati nella vicina parrocchia di Ottignana proprio nel giorno di Pasqua.

Fonte: e-borghi
05

Maggio

Il canto del Maggio

Detti

Maz tot i dè un tinaz.

Maggio, ogni giorno un tino di pioggia.

Fonte: Aldo Spallicci

Canti e filastrocche

Ben vegna Maz

In dialettoBen vegna Maz,
che l'ha purtea i bei fiur:
vegna la stezza a tott i muradur.
Cla purtea la bella spiga,
vo Crest de zil mandela ben garnida.
Ben vega, e vegna Maz,
che Maz i le arrivèa;
e se pu an cardì, che sia arrivèa,
fasiv qua fura, cuj è la majèa.
In italianoVenga pur venga il Maggio sì bramato,
di erbette e fiori fausto apportatore;
venga la stizza ad ogni muratore,
che in sì bella stagion non è chiamato:
la dorata spuntò gradita spica,
fatela Cristo ben granire ognora:
ben vada, e venga il dolce Maggio ancora,
apportator della stagione aprica;
e chi non crede a tal notizia grata,
fuori s'affacci, ed ecco la majata.
Fonte: Michele Placucci

Usanze

Cantare il Maggio

La notte del primo maggio i giovani cantavano il Maggio sotto le finestre delle ragazze, e le ragazze mettevano sulle porte rami fioriti: «abbiamo piantato il Maggio».

Fonte: Michele Placucci

L'Ascensione

Nella processione si portava un ramo di gelso per benedire i bachi da seta. Quel giorno non si dormiva, se no si dormiva tutto l'anno; si mangiava formaggio, minestra d'erbe e torta di bietole, e nessuno lavorava. L'uovo deposto quel giorno serviva contro i temporali.

Fonte: Michele Placucci

Contro le talpe

Vicino alla fienagione si appendeva a un olmo un coppo con un sasso legato a una cordicella: col vento il sasso batteva e il rumore teneva lontane le talpe dai prati.

Fonte: Michele Placucci
06

Giugno

La falciatura e il Niballo

Detti

Giugno, la falce in pugno.

Fonte: Tradizione orale

Usanze

Sette pasti per la falciatura

Il giorno della seganda del fieno i contadini dovevano mangiare sette volte, e guai al padrone che non lo permetteva: il panetto con la coppa all'alba, la colazione con carne e uova fritte, le lasagne a pranzo, le frittelle a merenda, il fritto prima di sera, la cena e, dopo il ballo, un arrosto di polli. Le donne portavano un garofano a ogni uomo.

Fonte: Michele Placucci

La mietitura

Ragazze e ragazzi insieme nei campi, e la gioia di vedere finalmente la messe.

Fonte: Michele Placucci

Palio del Niballo a Faenza

L'ultima domenica di giugno i cinque rioni si sfidano a cavallo contro il Niballo.

Fonte: Ministero della Cultura

San Giovanni

Nella notte tra il 23 e il 24 si raccolgono le noci verdi per il nocino e le erbe; la rugiada di quella notte era ritenuta miracolosa.

Fonte: Tradizione orale
07

Luglio

Il grano sull'aia

Detti

Quando si batte il grano si mangia il gallo vecchio: «mangiamo il nostro orologio».

Fonte: Michele Placucci

Usanze

I covoni e le bisce

Portando i covoni sull'aia si stendeva un lenzuolo sul carro e si battevano i covoni più volte, per scacciare le bisce che si credeva vi si nascondessero.

Fonte: Michele Placucci

La batdura

La trebbiatura: i vicini si aiutavano a turno da un podere all'altro, e alla fine c'era il grande pranzo sull'aia per tutti.

Fonte: Tradizione orale
08

Agosto

La canapa e le fiumane

Detti

Agosto, capo d'inverno: dopo Ferragosto le sere rinfrescano.

Fonte: Tradizione orale

Dnenz o drì?

Davanti o dietro? La fiumana di San Lorenzo arriva prima o dopo la festa? E quante fiumane in agosto, tante nevicate in inverno.

Fonte: Michele Placucci

Canti e filastrocche

Il canto del lino

In dialettoBel e mi mor, bel e mi muraden,
venum ajdèa di caver e len:
ven e mi ben, venum un poc ajdèa,
cu ti sarà paghèa la tu fadiga;
la ti sarà paghèada a dè par dè,
par pagament t' ha num aurè pu me?
In italianoAmore mio, bellissimo,
amabile amorino,
or a levar il lino
deh! vienni ad ajutar.
La tua fatica, io giuroti,
non ti sarà fraudata,
ma ti verrà pagata
in modo singolar.
Fonte: Michele Placucci

Usanze

La canapa

Si tagliava dopo la prima rugiada d'agosto, creduta più forte, e si macerava nel fiume insieme al lino, cantando il canto qui sopra.

Fonte: Michele Placucci

San Lorenzo

Il 10 agosto le stelle cadenti, e un desiderio da esprimere.

Fonte: Tradizione orale
09

Settembre

La vendemmia e la sfogliatura

Detti

Setembar e utobar cun dal bel giurnedi, temp ad fe dal scampagnedi.

Settembre e ottobre, belle giornate: tempo di scampagnate.

Fonte: Aldo Spallicci

A la lona sitimbrena sët lon a gli s'inchena.

Alla luna di settembre se ne inchinano sette: il tempo di settembre comanda i mesi che vengono.

Fonte: Banca dati ParemioRom

Canti e filastrocche

Il canto della vendemmia

In dialettoChear e mi ben a si andèa a di cun tott
che manch cha vi guerd, vo avi piò gost:
…
Se a mi vlù de ben, cos' aviv spindù?
Se am avi dea un sguerd, avnò res du.
In italianoCaro il mio bene amato, con tutti andate a dire
che i sguardi miei vi spiacciono, vi recano martire:
…
Se amor voi mi portaste, cosa per ciò spendeste?
Se un sguardo sol mi daste, due in compenso aveste.
Fonte: Michele Placucci

Alla sfogliatura

In dialettoVen, e mi ben ven a la sfojari,
sta ne la scranna ti darò la mi;
a ti darò la mi da ster insdè,
te t' sfujarè, e me a starò a vidè.
In italianoVieni, mio ben, vieni alla sfoglieria,
se non hai scranna io ti darò la mia:
tu sfoglierai, restandoti a sedere,
ed io contenta sol starò a vedere.
Fonte: Michele Placucci

Usanze

Il bigoncio che non si vuota mai

Prima della vendemmia i contadini chiedevano al padrone il permesso di farsi un bigoncio di vino per la famiglia. Poi lo riempivano, ne bevevano metà, lo riempivano di nuovo, fino alla fine della vendemmia: era sempre «il primo bigoncio», quello permesso.

Fonte: Michele Placucci

La sfogliatura del granturco

Si levavano le foglie alle pannocchie tutti insieme, e con i tanti innamorati presenti si cantava.

Fonte: Michele Placucci

Saba e savòr

Con il mosto cotto, la saba, si prepara il savòr, la conserva d'autunno con mele cotogne, pere, fichi e noci.

Fonte: Tradizione orale
10

Ottobre

La semina

Detti

La fava seminata il giorno di San Donnino, il 9 ottobre, assicura un raccolto abbondante.

Fonte: Michele Placucci

Usanze

Mai di venerdì

La fava non si seminava mai di venerdì, giorno ritenuto contrario ai raccolti.

Fonte: Michele Placucci

Acqua santa nei campi

Seminato il grano, negli angoli del campo si facevano buchi con dentro acqua santa e palma benedetta, perché nessun male entrasse nei seminati.

Fonte: Michele Placucci

Le api

Quando uno sciame partiva lo si seguiva battendo i ferri, e si gridava «pora, pora la mestra!», fermati maestra: dove si posa la regina si ferma tutto lo sciame.

Fonte: Michele Placucci
11

Novembre

San Martino e il maiale

Detti

A San Martino ogni mosto diventa vino.

Fonte: Tradizione orale

Usanze

Le nozze del maiale

Quando si ammazzava il maiale si diceva di «fargli le nozze»: si invitavano i parenti ad assaggiarlo, e l'invito veniva ricambiato.

Fonte: Michele Placucci

La festa dei becchi a Santarcangelo

Alla Fiera di San Martino si appendono le corna sotto l'arco di piazza Ganganelli, e si dice che dondolino quando ci passa sotto un cornuto.

Fonte: Quotidiano Nazionale

Fare San Martino

L'11 novembre scadevano i contratti dei mezzadri: chi cambiava podere caricava tutto sul carro e traslocava.

Fonte: Tradizione orale

Esce il Lunêri di Smémbar

Per San Martino esce a Faenza il lunario dei romagnoli, stampato senza interruzioni dal 1845: un grande foglio da appendere in cucina, con la zirudèla in dialetto che prende in giro l'anno passato, le vignette, le lune, i santi e i consigli per la semina e per travasare il vino.

Fonte: Wikipedia Le annate dell'Ottocento e la zirudèla del 1868
12

Dicembre

Il ceppo e i cappelletti

Detti

Par Santa Luzì e' fred l'agiaza la vì.

Per Santa Lucia il freddo ghiaccia la strada.

Fonte: Aldo Spallicci

Nadêl a e' sol, Pasqua a e' fugh.

Natale al sole, Pasqua accanto al fuoco: se a Natale c'è il sole, il freddo durerà fino a Pasqua.

Fonte: Aldo Spallicci

Usanze

Il ceppo di Natale

La vigilia si metteva nel fuoco il ceppo più grosso che si avesse, detto un Pater noster: doveva ardere tutta la notte e il giorno dopo, per scaldare il Bambino appena nato. Un pezzo si conservava, e nei temporali si metteva sotto la grondaia per scacciare le nubi.

Fonte: Michele Placucci

I cappelletti

Già nel 1818 il giorno di Natale si facevano i cappelletti: ricotta, formaggio, uova e aromi avvolti nella sfoglia da lasagne.

Fonte: Michele Placucci

Uva e vino

Il vino avanzato a Natale si versava vicino a una vite, perché desse molta uva; la sera si mangiava un poco di uva fresca, per avere denaro tutto l'anno. E camicia nuova, contro le malattie.

Fonte: Michele Placucci

L'ultimo dell'anno

Le donne, soprattutto le più anziane, non lasciavano mai un lavoro a metà da un anno all'altro.

Fonte: Michele Placucci

Filastrocche e ninne nanne

Paese per paese

Le cantavano le mamme per addormentare i bambini e i bambini nei cortili e sull'aia. Cambiano da un paese all'altro: per ognuna c'è il luogo dove è stata raccolta.

Forlì · Forlì-Cesena

Din don don, la campana di fra Simone

In dialettoDin don don,
La campāna d' fra Simon
J' era tri chi la sunëva,
Pañ e' vèn i guadagnëva,
Guadagnëva di macaron,
J' éra sòtti, e j' éra bon,
J' éra ben infurmajé,
I prit e i fré u j' ha magné,
I l' ha magné la Catarèna,
La s' è fughëda cun la furzèna;
Si n' era e' su fradel,
La fughëva un tajadel.
In italianoDin don don,
la campana di fra Simone
erano in tre che la suonavano,
guadagnavano pane e vino,
guadagnavano maccheroni,
erano cotti, ed erano buoni,
erano ben conditi col formaggio,
li hanno mangiati i preti e i frati,
li ha mangiati la Caterina,
si è strozzata con la forchetta;
se non c'era suo fratello
si strozzava con un tagliatello.
Fonte: Benedetto Pergoli

Fa' la nana, e' mi babèn

In dialettoFa' la nāna, e' mi babèn,
Bianc e ross e rizzulèn;
Fa' la nāna, fiol d' un fior,
E' babèn l' è d' e' Signor;
Fa' la nāna, fa' la nāna,
E' babèn l' è d' la su māma.
In italianoFai la nanna, bambino mio,
bianco e rosso e ricciolino;
fai la nanna, figlio di un fiore,
il bambino è del Signore;
fai la nanna, fai la nanna,
il bambino è della sua mamma.
Fonte: Benedetto Pergoli

San Martino in Strada · Forlì

E' burdel d' la scarpazza

In dialettoE' burdel d' la scarpazza
L' ha paura d' un gozzal d' aqua;
Guërda mè ch' a n' ho paura
A j' ho e' caval a la pastura,
Ch' u mi māgna l' insalé,
Povar mè cm' a j' ho da fé?
In italianoIl bambino con la scarpaccia
ha paura di una goccia d'acqua;
guarda me, che non ho paura:
ho il cavallo al pascolo
che mi mangia l'insalata,
povero me, come devo fare?
Fonte: Benedetto Pergoli

Forlimpopoli · Forlì-Cesena

Ninañ ninañ, ninöla

In dialettoNinañ ninañ, ninöla,
I babèn chi va a la scöla,
A la scöla pr' imparé,
Ch' i si vol indurminté;
A la scöla impararà,
I babèn chi durmirà;
A la scöla di parent,
I babèn chi s' è indurment.
In italianoNinna nanna, ninnolo,
i bambini che vanno a scuola,
a scuola per imparare,
che si vogliono addormentare;
a scuola impareranno
i bambini che dormiranno;
alla scuola dei parenti
i bambini che si sono addormentati.
Fonte: Benedetto Pergoli

Fa' la nana, fiol d' un cont

In dialettoFa' la nāna, fiol d' un cont,
Tri cavël t' aspetta a e' Ronc,
Etar tri a la Coclì,
Fa' la nāna, e' mi babin.
In italianoFai la nanna, figlio di un conte,
tre cavalli ti aspettano al Ronco,
altri tre alla Coclì,
fai la nanna, bambino mio.
Fonte: Benedetto Pergoli

Valli del Bidente e del Rabbi · Forlì-Cesena

La sdintêda

In dialettoLa sdintêda la fa i turtël
e la 'n dà gninta a i su fradël.
I su fradël i fa la piëda
e in dà gninta ala sdintëda.
In italianoLa sdentata fa i tortelli
e non dà niente ai suoi fratelli.
I suoi fratelli fanno la piada
e non danno niente alla sdentata.
Fonte: Palmiro Capacci

Tirindéna

In dialettoTirindéna pân buffet,
met la cêva in te caset!
Tirindéna pân bufon,
met la cêva in te cason!
Met la cêva in tla canténa
ca fasèn la tirindèna!
Metla ad qua, metla ad là,
chicadun u la troverà.
In italianoTirindina pane buffet,
metti la chiave nel cassetto!
Tirindina pane buffone,
metti la chiave nel cassone!
Metti la chiave nella cantina,
che facciamo la tirindina!
Mettila di qua, mettila di là,
qualcuno la troverà.
Fonte: Palmiro Capacci

Castellaccio · Ravenna

E' piov

In dialettoE' piov,
La gatta la fa l' ov,
E' prit' e' fa la torta,
La gatta la i la lorda;
E' prit i n' tira un fròst,
La gatta la sëlta in t' l' òss;
E' prit u i tira la furzèna,
La gatta la s' arimpèna.
In italianoPiove,
la gatta fa l'uovo,
il prete fa la torta,
la gatta gliela sporca;
il prete le tira un bastone,
la gatta salta sull'uscio;
il prete le tira la forchetta,
la gatta si arrampica.
Fonte: Benedetto Pergoli

Ravèna bela

In dialettoRavèna bela, Ravèna si ciāma,
Ravèna è bela e fior di la Rumāgna;
Ravèna è bela, Ravèna u si dis,
Ravèna è bela e fior de' paradis.
In italianoRavenna bella, Ravenna si chiama,
Ravenna è bella e fiore della Romagna;
Ravenna è bella, Ravenna si dice,
Ravenna è bella e fiore del paradiso.
Fonte: Benedetto Pergoli

Massa · Ravenna

Ninañ ninañ, badessa

In dialettoNinañ ninañ, badessa,
Vostra māma l' è andëda a mèssa;
La vinirà stasera
Con e' lum di la candela;
La vinirà stanott
Con e' lum de' candilott;
La vinirà dmatèna
Con e' lum dla candilèna.
In italianoNinna nanna, badessa,
vostra mamma è andata a messa;
verrà stasera
con il lume della candela;
verrà stanotte
con il lume del candelotto;
verrà domattina
con il lume della candelina.
Fonte: Benedetto Pergoli

Fa' la nana zijo da l' ört

In dialettoFa' la nāna zijo da l' ört:
Si nun dormi, t' in fai tört,
Fai tört a la tu māma,
Dormi, dormi, fa' la nāna.
In italianoFai la nanna, giglio dell'orto:
se non dormi ti fai torto,
fai torto alla tua mamma,
dormi, dormi, fai la nanna.
Fonte: Benedetto Pergoli

Brisighella · Ravenna

Fa' la nana, fála tutta

In dialettoFa' la nāna, fála tutta,
Fála intant ch' i fa la suppa;
Fa' la nana, fála ben,
Fála intant che māma ven.
In italianoFai la nanna, falla tutta,
falla intanto che fanno la zuppa;
fai la nanna, falla bene,
falla intanto che la mamma arriva.
Fonte: Benedetto Pergoli

Fa' la nana, fiol d' un fré

In dialettoFa' la nāna, fiol d' un fré,
Va' a la mèssa che dis tu pé
A l' ustarèja dla Ghirlandèna,
Ch' u i va sera e matèna.
In italianoFai la nanna, figlio di un frate,
va' alla messa che dice tuo padre
all'osteria della Ghirlandina,
dove va sera e mattina.
Fonte: Benedetto Pergoli

Da dove viene ogni voce

Le fonti

  1. Michele Placucci, «Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna», Forlì 1818 (ristampa a cura di Giuseppe Pitrè, Palermo 1885) · consulta
  2. Aldo Spallicci, «Proverbi romagnoli», Giunti, Firenze 1996 (schede della banca dati ParemioRom, Università di Barcellona) · consulta
  3. Radames Garoia, «I giorni della merla», la Ludla, Istituto Friedrich Schürr, gennaio-febbraio 2023 · consulta
  4. Giovanni Zaccherini, «Lòm a Mêrz», Meer, 20 febbraio 2018 · consulta
  5. Il Resto del Carlino, cronache di Lòm a Mêrz e Fogheracce · consulta
  6. Ministero della Cultura, «Nott de Bisò» a Faenza · consulta
  7. e-borghi, «La pagnotta pasquale di Sarsina» · consulta
  8. Quotidiano Nazionale, «San Martino, la festa dei becchi» · consulta
  9. Banca dati ParemioRom, Università di Barcellona (proverbi emiliani e romagnoli) · consulta
  10. Benedetto Pergoli, «Saggio di canti popolari romagnoli», Forlì 1894 (ogni canto con il paese dove fu raccolto; traduzioni di Romagna Tourism) · consulta
  11. Palmiro Capacci, «C'era una volta... anzi appena ieri», filastrocche delle valli del Bidente, del Rabbi e del Borello (dal suo blog, 2019) · consulta
  12. Wikipedia, «Lunêri di Smémbar» · consulta

Tradizione orale: usanze ancora vive nei racconti, per cui non abbiamo ancora una pagina scritta da citare. Le completeremo con i libri qui sotto.

Per continuare la raccolta

I libri degli studiosi che hanno tenuto in vita il dialetto dei nostri paesi. Da qui verranno le prossime voci, ognuna con la sua pagina.

  • Mario Gurioli, «Usanze di Romagna. La nostra terra mese per mese», Tempo al Libro, 2022; dello stesso autore «In Rumãgna u s'dgeva...», «Fët d'una vôlta», «Padrõ, fatur e cuntadè»
  • Mario Gurioli e Giuliana Pisotti, «Agenda romagnola», dal 2015
  • Mario Gurioli e Alfredo Altieri, «Ninne nanne di Romagna e altri canti infantili»
  • Giuliano Bettoli (Faenza, 1931-2017) e Luigi Antonio Mazzoni, «Puisèi 'd Fẽza. Cento poesie», Stefano Casanova Editore, Faenza, 2002
  • Giuliano Bettoli, «Se la Tuda l'è una... Mingò l'è un...», Stefano Casanova Editore, Faenza, 2004
  • E' Lunêri di Smémbar, Faenza, dal 1845
  • Gianni Quondamatteo, «Tremila modi di dire dialettali in Romagna», volume III, 1974
  • la Ludla, periodico dell'Istituto Friedrich Schürr per il dialetto romagnolo

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