Mestieri perduti di Romagna
Lavori che hanno fatto la Romagna e che in pochi decenni sono quasi spariti. Per ognuno raccontiamo com'era, dove se ne vedono ancora le tracce e da dove vengono le notizie.
01Le paludi del Ravennate
Gli scariolanti
Carriola, badile e piedi nel fango. Gli scariolanti erano i braccianti che a forza di braccia scavavano canali, alzavano argini e prosciugavano le paludi della bassa romagnola. Lavoravano a giornata, chiamati di settimana in settimana, con la malaria sempre dietro l'angolo.
Nel 1883 a Ravenna nacque l'Associazione Generale degli Operai Braccianti, una delle prime cooperative di lavoro d'Italia. Il 24 novembre 1884 alcune centinaia di loro partirono in treno dalla stazione di Ravenna, guidati da Nullo Baldini e Armando Armuzzi, per bonificare le paludi di Ostia, alle porte di Roma.
Ostia li ricorda ancora con il Parco XXV Novembre 1884 e una cerimonia ogni anno. Di loro è rimasto anche un canto popolare, «Gli scariolanti», nato nelle bonifiche della Romagna.
Fonti: L'Espresso, «L'epopea dei romagnoli, i braccianti socialisti che bonificarono Ostia antica», 24 ottobre 2022 · Turismo Roma, «Parco XXV Novembre 1884» · Il Deposito, «Gli scariolanti»

02Le pinete di Ravenna
I pinaroli
Per secoli le pinete di Ravenna sono state delle abbazie: nel Cinquecento e nel Seicento la gente poteva solo portarci le bestie al pascolo e raccogliere la legna, le pigne e i pinoli erano dei monaci. Nel 1588 papa Sisto V chiamò la pineta «ornamento di tutta Italia» e ne vietò il taglio. Nel 1774 lo storico Francesco Ginanni scriveva che ne uscivano circa 600 quintali di pinoli all'anno, venduti come «pinocchi di Ravenna».
A raccoglierli erano i pinaroli, squadre di giovani, a volte anche ragazze, al lavoro dall'autunno alla primavera. Alcuni salivano in cima ai pini con lunghi bastoni con un uncino di ferro: piegavano i rami, facevano cadere le pigne e passavano da un albero all'altro dondolandosi. Gli altri le raccoglievano a terra e le portavano con sacchi e carretti alle Case delle Aie, dove le ammucchiavano finché si aprivano e lasciavano uscire i pinoli. Lì i pinaroli dormivano anche.
Era un lavoro faticoso e pericoloso, durato fino ai primi del Novecento. Ravenna ha dedicato ai pinaroli una rotonda, ma in pochi sanno chi fossero.
Fonti: Il Romagnolo, Silvia Togni, «I pinaroli del ravennate», 25 novembre 2022 · Comune di Ravenna, «Pineta di Classe»

03Le campagne della bassa
I canapini
Fino agli anni Cinquanta del Novecento la canapa era il cuore dell'economia contadina dell'Emilia-Romagna: dava lavoro a famiglie intere e disegnava il paesaggio. L'Italia, per la canapa, era seconda al mondo solo alla Russia.
Si seminava tra febbraio e marzo e si tagliava d'estate. Poi i fasci finivano nel macero, la vasca d'acqua che quasi ogni podere aveva vicino a casa: li si teneva sott'acqua con grosse pietre di fiume finché la fibra si staccava dal legno. Era il lavoro più duro e puzzolente dell'anno. Dalla fibra venivano le corde, i sacchi e le tele dei corredi.
Con le fibre sintetiche la canapa sparì in pochi anni. Restano i maceri, oggi stagni pieni di rane e di aironi, e i telai nelle soffitte delle case di campagna.
Fonti: Geotema n. 35-36, AGeI, Pistocchi, la canapa in Emilia-Romagna · Regione Emilia-Romagna, patrimonio culturale, attrezzi della canapa

04Lugo
Le lavandaie
Prima della lavatrice il bucato delle famiglie benestanti lo facevano le lavandaie. A Lugo si cominciava nei cortili delle case del centro: l'acqua si scaldava in un paiolo sulla «furnasela», la fornacella, e ci si aggiungeva il ranno, l'acqua passata sulla cenere che scioglieva lo sporco.
Poi la biancheria partiva su carretti e carriole verso il Canale dei Mulini, scavato a partire dal 1389. Lì c'è il Ponte delle Lavandaie, il «pont da bugadéri», del Seicento: dai suoi gradoni, che scendono fino all'acqua, le donne risciacquavano i panni e li stendevano ad asciugare sulle rive. Si è lavato così fino agli anni Cinquanta; negli anni Sessanta arrivarono le lavatrici e il mestiere finì.
Nel 2025 le lettrici ad alta voce della Biblioteca di Lugo hanno raccolto le voci delle ultime tre lavandaie, tutte novantenni, Giancarla Salvadori, Laura Ricci in Fontanieri e Giuseppina Tugnoli, nel libretto «Il Ponte delle lavandaie di Lugo, ossia il mestiere del bucato».
Fonti: Romagna Notizie, le testimonianze delle ultime lavandaie di Lugo, 13 gennaio 2025 · FAI, I Luoghi del Cuore, «Ponte delle Lavandaie, Canale dei Mulini»

05Brisighella e il Sillaro
I barrocciai
Prima dei camion quasi tutto viaggiava sul biroccio: due ruote di legno alte fino a un metro e settanta, due stanghe e un cavallo, che tirava dai nove ai tredici quintali. I barrocciai, o birocciai, partivano all'alba e tornavano a sera tardi. Di solito avevano due cavalli, ognuno con il suo nome, e li curavano con grande attenzione.
Lungo il Sillaro, tra Imola e Castel San Pietro, caricavano la ghiaia e la sabbia del fiume, i mattoni e la calce delle fornaci, l'uva e il mosto per le osterie di Bologna, le barbabietole, la canapa, la legna e i traslochi. A Brisighella trasportavano il gesso dalle cave vicine al paese, e i loro asini stavano al riparo nella Via degli Asini, la strada coperta e sopraelevata del centro.
Dopo la guerra la ricostruzione voleva mezzi più grandi e più veloci: i barrocciai giovani presero la patente del camion e diventarono autotrasportatori. Nel 1975 ne restavano pochissimi. L'ultimo del Sillaro, Marino Gnugnoli, ha guidato il suo biroccio fino ai primi anni Ottanta, a più di ottant'anni.
Fonti: Terra Storia Memoria, «I birocciai», Castel San Pietro Terme · Italia.it, «Brisighella»

06Perticara, Valmarecchia
Gli zolfatari
Sotto le case di Perticara c'è una città nascosta: più di cento chilometri di gallerie su nove livelli. Era la miniera di zolfo, una delle più grandi d'Europa. Nel 1938 ci lavoravano più di 1.600 persone e ne uscivano quasi 50.000 tonnellate di zolfo greggio all'anno.
Gli zolfatari scendevano ogni giorno nel caldo e nella polvere, con le lampade in mano. Lo zolfo estero costava meno e i filoni si esaurivano: la miniera chiuse nel 1964, le gallerie vennero sigillate e molte famiglie dovettero partire.
Dal 2002 il vecchio cantiere è il museo Sulphur: la centrale elettrica, la lampisteria dove i minatori prendevano le lampade, le officine e una galleria ricostruita. Sopra il paese c'è ancora il pozzo Vittoria.
Sulphur, Museo Storico Minerario di Perticara I mestieri perduti della Romagna: zolfatari, stampatori, marinai e salinari Scopri Novafeltria

07Santarcangelo e Gambettola
Gli stampatori di tele
Le tovaglie, le tende, le coperte dei buoi: nelle case contadine le tele si decoravano con gli stampi di legno di pero intagliati a mano, intinti in un colore color ruggine e battuti sulla stoffa con il mazzuolo. Grappoli d'uva, galli, melograni, la caveja. Un mestiere del Seicento che oggi resiste in pochissime botteghe.
A Santarcangelo la Stamperia Marchi conserva il mangano, una macchina di legno enorme con una grande ruota che pressa, stende e liscia le stoffe prima della stampa: secondo i documenti entrò in funzione il 17 marzo 1633 e gira ancora. Oggi la bottega la portano avanti i fratelli Gabriele e Lara Marchi.
A Gambettola le stamperie sono due. La Pascucci stampa dal 1826, sette generazioni nella stessa bottega. La Bertozzi nacque nel 1920: Luigi Bertozzi era un falegname che intagliava da sé gli stampi; negli anni Trenta portò le stampe romagnole alla Triennale di Milano. Oggi c'è il nipote, Gianluigi.
Stamperia Artigiana Marchi I mestieri perduti della Romagna: zolfatari, stampatori, marinai e salinari Scopri Santarcangelo di Romagna
Fonti: La Piazza Rimini, «Il mangano dell'antica stamperia Marchi compie 390 anni», 2023 · Artribune, «Artigianato resistente», i 200 anni della Stamperia Pascucci · Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, intervista a Gianluigi Bertozzi

08Cesenatico
I marinai delle vele al terzo
Dal Settecento fino a metà Novecento le barche da pesca e da piccolo carico dell'Adriatico navigavano con la vela al terzo, una vela a trapezio issata di traverso sull'albero. Le vele erano colorate di rosso, di giallo e d'arancio e portavano disegnato il simbolo della famiglia: da terra si capiva subito chi stava rientrando.
Con il motore le vele sparirono. Le ha salvate il Museo della Marineria di Cesenatico, che nel tratto più antico del porto canale, quello disegnato da Leonardo da Vinci nel 1502, tiene a galla le barche storiche e d'estate alza le loro vele.
Nel 2023 il Ministero della Cultura ha riconosciuto come patrimonio culturale la navigazione con la vela al terzo della costa romagnola, insieme a tre barche del museo (il trabaccolo Barchèt, il bragozzo San Nicolò e la battana Vanessa) e agli occhi dipinti sulla prua che proteggevano i pescatori.
Museo della Marineria I mestieri perduti della Romagna: zolfatari, stampatori, marinai e salinari I mestieri del mare e del sale: Cesenatico e Cervia Scopri Cesenatico
Fonti: Ministero della Cultura, la vela al terzo patrimonio culturale, 2023 · Visit Cesenatico, i musei: il Museo della Marineria

09Cervia
I salinari
Cervia è nata dal sale. Prima del 1959 la salina era divisa in circa centocinquanta piccole saline, ognuna lavorata da una famiglia: d'estate si raccoglieva il sale a mano, con gli attrezzi di legno, e lo si portava nei grandi magazzini sul porto canale.
Poi la salina divenne un unico grande impianto e i salinari scomparvero. Ne è rimasta una sola come allora, la Salina Camillone. Dal 1989 la curano i volontari dell'associazione Civiltà Salinara, nata da ex salinari, che raccolgono il sale con il metodo detto «alla cervese» perché in Italia si usava solo qui.
Ne esce il «sale dolce», un sale integrale povero dei sali amari, oggi Presidio Slow Food.
MUSA Museo del Sale I mestieri perduti della Romagna: zolfatari, stampatori, marinai e salinari I mestieri del mare e del sale: Cesenatico e Cervia Scopri Cervia
Fonti: Comune di Cervia, «Salina Camillone» · Fondazione Slow Food, Presidio del sale marino artigianale di Cervia

10Tutta la Romagna
I fabbri della caveja
La caveja era il perno di ferro che teneva il giogo dei buoi attaccato al timone del carro: in discesa impediva al carro di scivolare addosso alle bestie. In cima i fabbri la forgiavano sull'incudine come un piccolo capolavoro, la «pagella», con galli, colombe, croci, il sole e la luna, e ci appendevano degli anelli che suonavano a ogni passo.
Quel suono aveva poteri: con la caveja e certe parole si scacciavano i temporali e si difendevano i raccolti. Nella Settimana Santa gli anelli si legavano, come si faceva con le campane.
I buoi e i carri non ci sono più, la caveja è rimasta: è diventata un portafortuna e il simbolo della Romagna.
Fonti: Wikipedia, «Caveja» · Regione Emilia-Romagna, patrimonio culturale, scheda di una caveja

Andarli a vedere
Quattro di questi mestieri si incontrano in una sola giornata: la miniera di Perticara, la stamperia di Santarcangelo, le vele di Cesenatico e il sale di Cervia. Il programma ha gli orari da dove dormi.
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Giornata interaI mestieri perduti della Romagna: zolfatari, stampatori, marinai e salinariLa miniera di zolfo di Perticara, la stamperia a mano di Santarcangelo, le barche da lavoro di Cesenatico e il sale raccolto a mano a Cervia.
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Mezza giornata, d'estateI mestieri del mare e del sale: Cesenatico e CerviaLe barche da lavoro e le conserve del ghiaccio a Cesenatico, il Museo del Sale e la salina dove il sale si raccoglie ancora a mano a Cervia.
Notizie controllate il 24 ottobre 2026 sulle fonti indicate sotto ogni mestiere: giornali, musei, comuni, Regione, Ministero della Cultura. Il racconto completo, in italiano, è anche su Passione Turismo. Curiosità e leggende · Artigianato · Storia
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